Dark Light
Nell’editoriale del quarto numero di Be Circular, Massimiliano Zaccagnini introduce i contenuti di questa nuova uscita del magazine.

 
Se c’è una parola che primeggia un po’ in tutti gli ambiti, a parte “pandemia” e il filone terminologico generato dal covid, è proprio “innovazione”. 
Si parla di innovazione nell’entertainment e in agricoltura, nella produzione industriale e in quella artigianale, in sanità e nelle telecomunicazioni.  
Non c’è probabilmente campo dello scibile e del fare umano che non sia toccato da questo tema. 

Ma che vuol dire esattamente innovazione? 
La Treccani, un’istituzione editoriale che ha incentrato sull’innovazione la propria capacità di resilienza, definisce così la parola: 
L’atto di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e simili 
E poco dopo: 
In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica, ecc.: 
Ecco, la chiave che spiega il grande successo della parola in questi tempi è tutta in quel “modifichi radicalmente”. 
Abbiamo bisogno di modificare radicalmente il nostro modo di vivere, di essere presenti, di agire; abbiamo bisogno di modificare radicalmente quell’impronta che lasciamo al futuro e che abbiamo analizzato nello scorso numero di questo magazine.  
Una necessità che è sotto gli occhi di tutti. 

Il 700 è noto come il secolo delle rivoluzioni: da quella americana a quella francese passando per quella agricola e poi quella, dagli effetti più planetari, definita come industriale. 
Non a caso, quel periodo viene ricordato anche come secolo dei lumi, un gruppo consistente di intelligenze, la cosidetta borghesia, che mette a frutto la propria capacità di analisi della realtà in cui viveva, delle regole in cui era costretta e la fa deflagrare in una serie di rivoluzioni, coinvolgendo in esse anche gli strati sociali inferiori, spesso fruitori passivi o ancora più spesso acritici dei loro effetti. 
Ma oggi un simile approccio non sarebbe sufficiente. 
Quando alla fine del secolo dei lumi, e poi – con maggior lena ed efficacia – alla metà dell’800 un membro di quella privilegiata intellighenzia premette il pulsante che mise in moto la macchina, mise parimenti in moto tutti coloro che intorno a quella macchina dovevano lavorare, generando trasferimenti di massa dalla campagna alla città, orari e processi massacranti, alienazioni sociali e tanta altra roba. 
Per un Robespierre ispirato e convinto delle proprie idee, in una rivoluzione, dobbiamo considerare una piramide che si allarga a centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di individui che a quella rivoluzione partecipano con adesione e consapevolezza calanti rispetto a quella del vertice. 
Ecco perché, osservando il mondo da questa mia finestra di cittadino, lavoratore e consumatore, sono giunto alla conclusione che una rivoluzione, per quanto verde, può non bastare. 

Non basta che siano gli industriali, i grandi gruppi economici, gli agricoltori quotati in borsa ad agire e a modificare il loro operare. Non basta una loro, seppur auspicabile, rivoluzione. Serve una diffusa e democratica capacità di innovazione che permei tutti, ciascuno di noi. 
E questa innovazione può passare solo attraverso la consapevolezza individuale. Ognuno di noi deve essere lume, ognuno di noi deve poter e saper accendere la propria intelligenza nell’analizzare la realtà attuale, quella che ci circonda, e mettere in piedi opere atte a modificarla radicalmente. 
Non basta, non ci basta, sapere che i ghiacci si stanno sciogliendo e che il clima sta cambiando; dobbiamo comprendere quanto incida il nostro peso di singoli individui, quanto contino i nostri ruoli di cittadini, consumatori, lavoratori. 
Non dobbiamo diventare tutti esperti di microclima, produzione agricola o chimica industriale – anche qui, la pandemia ci ha insegnato quanto sia pericolosa la specializzazione dedotta – ma piuttosto – ribadisco – esperti di consapevolezza. 
Possiamo non sapere che il km 0 è spesso una falsa – o facile – soluzione rispetto ad un’agricoltura che consuma molto di più producendo ortaggi fuori stagione ma non possiamo non sapere che è la nostra voglia di pomodori e melanzane ad incidere sulle sorti del nostro pianeta. Anzi, sulle nostre. 

In una sua recente intervista, il nobel Parisi (lo citano tutti ultimamente, nei tg, nei talk show, persino nei programmi di quiz, per cui non possiamo esimerci dal farlo noi) affermava infatti: “non credo che il pianeta terra sia in pericolo. In pericolo siamo noi”. 
Se lo dice un Nobel, forse non abbiamo più troppo tempo per discutere ma dobbiamo passare ad operare. 
Dobbiamo innovare il nostro stile di vita, il nostro modo di lavorare e agire, di uscire e viaggiare, mangiare e dormire.  
Ma possiamo farlo efficacemente solo se ci prepariamo a farlo, se studiamo, se approfondiamo. 
Scopriremo, forse, che la capacità di innovare appartiene a tutti noi. 
Cominciando anche dal saper rinunciare alla parmigiana di melanzane a febbraio… 

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