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Vi proponiamo l’intervista a Mariagiovanna Vetere, Global Public Affairs Director di NatureWorks LLC: quest’azienda, fondata nel Minnesota (USA), dal 2002 si occupa di bioplastiche ottenute a partire dalle piante anziché da fonti fossili come accade per le plastiche tradizionali. 

Vi proponiamo l’intervista a Mariagiovanna Vetere, Global Public Affairs Director di NatureWorks LLC: quest’azienda, fondata nel Minnesota (USA), dal 2002 si occupa di bioplastiche ottenute a partire dalle piante anziché da fonti fossili come accade per le plastiche tradizionali. NatureWorks si dedica in particolare alla produzione dell’acido polilattico, o polilattato (PLA), biopolimero tratto dall’amido di mais e che sta alla base dei prodotti Ingeo, uno dei cavalli di battaglia di NatureWorks. Abbiamo fatto alcune domande a Mariagiovanna per comprendere meglio di cosa si tratta. 

Per entrare subito in tema, che cos’è l’acido polilattico? 

L’acido polilattico è una plastica, una resina; tecnicamente è un poliestere, ma di origine vegetale rispetto alle plastiche che siamo abituati quotidianamente a vedere e a utilizzare. 

Quali sono le proprietà principali che lo differenziano dalle plastiche tradizionali? 

Le due caratteristiche che lo differenziano dalle plastiche tradizionali sono il fatto che deriva da una fonte vegetale, ovvero dallo zucchero, e che è compostabile e biodegradabile. Esistono diversi polimeri e vari materiali che hanno queste caratteristiche,  l’acido polilattico le  comprende entrambe. 

Quali sono i vantaggi ambientali ed economici legati all’immissione di una plastica biodegradabile sul mercato? 

I vantaggi sono molteplici e sono legati non solo alla biodegradabilità, ma anche al fatto che l’acido polilattico è di origine vegetale. Oggi si parla tantissimo di cambiamento climatico: uno dei modi per contrastarlo è smettere di utilizzare fonti fossili non solo per l’energia, ma anche per i materiali e spostare la produzione di molti dei beni che utilizziamo su fonti rinnovabili. Il nostro materiale, prodotto dallo zucchero, è   rinnovabile: le piante crescono, tramite la fotosintesi trasformano la CO2 dell’atmosfera in zucchero che poi utilizziamo per produrre acido polilattico. L’utilizzo di plastiche biodegradabili ha un beneficio sul cambiamento climatico perché aiuta il sistema del compostaggio; produrre compost non solo fa sì che venga prodotta e utilizzata una materia a valle del riciclo di un prodotto, ma comporta anche rendere i terreni più fertili. E il terreno fertile assorbe la CO2. Questo è un argomento non molto noto, ma importantissimo: è una potente arma contro il cambiamento climatico, perché stiamo perdendo grosse quantità di terreni fertili per vari motivi, che vanno dalle costruzioni alla deforestazione. Le plastiche biodegradabili, nel loro piccolo, contrastano questo fenomeno. 

Veniamo a NatureWorks: quando e come è nata quest’azienda? Qual è stato il processo che ha portato ad immaginare di produrre plastica a partire dal mais? 

NatureWorks è nata negli Stati Uniti agli inizi del 2000. Il polimero era conosciuto anche prima, il brevetto è di anni precedenti. In realtà l’idea è nata da due colossi di cui uno è attivo nella produzione e commercializzazione di materie prime di origine agricola mentre l’altra è un’azienda chimica. Queste realtà si sono accordate per produrre su scala industriale tale materiale, che consente di dare uno sbocco ulteriore alla sovrapproduzione di mais. Il nostro impianto, NatureWorks, è localizzato nella corn belt americana; nel cuore quindi degli stati agricoli degli USA che producono mais, soia, grano… C’è stato un periodo in cui il mais era in sovrapproduzione, così si è pensato di trarne un prodotto ad alto valore aggiunto, come la bioplastica. Dal mais si ottiene l’amido, dall’amido si ottiene lo zucchero che viene processato e trasformato in acido lattico e poi polilattico, dunque in plastica. È un processo lungo e complesso, ma leggero dal punto di vista dell’impatto ambientale. 

Che cos’è Ingeo?  

Ingeo è il marchio commerciale del nostro acido polilattico. L’azienda nel corso degli anni ha sviluppato una serie di tipologie di acido polilattico capaci di rispondere a diverse esigenze di performance; il PLA è molto versatile e noi con Ingeo siamo arrivati a produrre una scala di gradi che riescono ad essere utilizzati per l’imballaggio più semplice, come ad esempio i bicchieri trasparenti, o per funzioni più complicate come la stampa 3D. Ingeo si adatta bene alle differenti richieste del mercato. 

Grazie ad aziende come NatureWorks, stanno cambiano le prospettive rispetto ai processi di riciclo delle materie plastiche?  

In Italia sin dagli anni ’90 si è sviluppata l’attenzione al riciclo, a seguito delle crisi che ci sono state nel mondo dei rifiuti: questo ha fatto crescere la consapevolezza che è necessario riciclare la plastica e fare la raccolta differenziata, cosa di cui il nostro paese è campione – così come del riciclo di imballaggi in generale; in più, ha fatto nascere un intero sistema di compostaggio dei rifiuti organici che ha sottratto grandi quantità di materiale alle discariche. Parallelamente a questo settore, si è anche sviluppata l’idea dell’utilizzo delle bioplastiche. Sebbene si stia diffondendo anche all’estero, l’Italia è piuttosto avanti nella riconoscibilità di determinati materiali, nel fatto che il consumatore capisca cos’è la sostenibilità, legga le etichette, sappia cosa fare con gli imballaggi a fine vita. Le nostre aziende portano quindi sul mercato l’innovazione, ma supportano anche i consumatori nell’aumentare la propria sensibilità. Vediamo la risposta tutti i giorni: basta contare quanti bidoni della raccolta differenziata abbiamo a casa. 

È possibile una conversione totale ai polimeri biodegradabili? Se sì, in quanto tempo? 

L’utilizzo dei polimeri biodegradabili non è indicato per tutto. C’è da fare una puntualizzazione: la biodegradabilità è una proprietà, la compostabilità dice entro quanto tempo quel materiale si biodegraderà. Un polimero compostabile è adatto solo a determinate applicazioni, cioè quelle che hanno fine vita insieme al rifiuto organico che contengono: le capsule del caffè, le bustine di tè, gli imballaggi sporchi che finiscono nell’umido. Ha molto meno senso che il contenitore dello shampoo sia compostabile; in casi simili è meglio l’utilizzo di plastiche non di fonte fossile. Ad oggi i polimeri come il nostro, compostabili e biodegradabili, non sono in grado di sostituire tutte le plastiche presenti sul mercato; non solo in termini di quantità ma anche in termini di performance. Quello che da ambientalista vedo davanti a noi è un futuro ad alta percentuale di riciclo e una drastica riduzione di alcune cose… magari anche il passaggio dall’utilizzo di materiali usa e getta e dunque a vita breve, a un sistema di riuso e recupero per impiegare più energie in beni durevoli. Le bioplastiche avranno sicuramente un futuro brillante da questo punto di vista, perché riguardano tutte le applicazioni che supportano il compostaggio e quelle in cui è necessario spostarsi dalla fonte fossile alla fonte bio-based. Non so in quanto tempo questo possa accadere, perché usare biomassa implica anche occuparsi della sua sostenibilità: utilizzare il mais non è sostenibile di suo, lo è solo se dimostro che la pianta che sto usando è coltivata in maniera adeguata. È proprio questa la sfida che le nostre aziende dovranno affrontare in futuro: utilizzare biomassa sostenibile e lavorare affinché anche le pratiche agricole vadano in questa direzione. 

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