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L’ingegner Valentina Negri è la responsabile delle operations di Interseroh TSR Italia S.r.l.: l’azienda si occupa a 360° della raccolta, gestione e riciclo dei rifiuti, e lei, in particolar modo, si occupa del riciclo delle apparecchiature elettriche ed elettroniche e dei rifiuti di pile e batterie. Luigi Cardinetti è amministratore di TT89, azienda che si occupa della produzione e della commercializzazione di una gamma di prodotti finiti che utilizzano come materia prima una materia prima-seconda: il PALLET TT-ONE.

L’opinione di Valentina Negri

Il riciclo delle apparecchiature elettriche ed elettroniche è intimamente legato alle materie contenute nei rifiuti elettronici, che sono costituiti principalmente da metalli comuni come il ferro, l’alluminio ed il rame, ma anche da tutte quelle che sono le componenti di elettronica, come i metalli preziosi e le terre rare. Abbiamo adesso l’opportunità di capire come funziona il mercato di questi materiali. 

Il rifiuto elettrico ed elettronico arriva agli impianti di trattamento dove si svolge la prima fase della lavorazione, che è innanzitutto la messa in sicurezza: vengono quindi rimosse tutte le componenti pericolose, i prodotti vengono smontati, disassemblati e vengono separate tutte le frazioni. Successivamente le frazioni che possono essere trasformate in materie prime seconde vengono riciclate. Ovviamente il costo del riciclo di questa tipologia di rifiuti, essendo ricca di metalli, è direttamente collegato al valore che i materiali ricavati dalle operazioni di trattamento e riciclo hanno sul mercato. In questo momento storico ci troviamo in una situazione molto particolare del mercato dei metalli, perché siamo entrati ormai da marzo 2021 in una “bolla speculativa”, poiché i prezzi di questi materiali sono enormemente cresciuti e sono in continua ulteriore crescita. 

Dobbiamo quindi tenere in considerazione le modalità con cui viene stabilito il prezzo di tali materiali. In particolare esistono alcuni indici di riferimento che definiscono l’andamento del mercato di questi metalli, che siano vergini o riciclati. L’andamento di questi prezzi è simile sia per i materiali vergini, sia per quelli riciclati. Per fare un esempio concreto della situazione attuale, consideriamo l’indice del ferro chiamato “campsider”, e che rappresenta il valore del ferro in uscita dagli impianti di riciclo delle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Dal luglio 2021 tale indice, confrontato rispetto al prezzo di luglio 2020, è aumentato del 93%. Questo perché prima esisteva ampia disponibilità di metalli sia vergini che riciclati, e il maggior esportatore di questo tipo di metalli, soprattutto per l’industria elettronica, era la Cina. Con la crescita esponenziale dell’economica cinese, la maggior parte delle materie prime che la Cina produce localmente vengono adesso utilizzate per l’industria manifatturiera interna: questi materiali dunque non vengono più esportati negli altri paesi del mondo; la domanda interna è quindi cresciuta e non ha trovato l’offerta proposta precedentemente dall’export cinese. Bisogna tuttavia tenere in considerazione che questo è un indice economico, e il suo valore è puramente indicativo: quindi non è strettamente correlato in maniera lineare all’aumento dei prezzi reali; senza dubbio si è comunque impennato esponenzialmente, e questo ha comportato una significativa riduzione delle attività produttive in Europa. 

Nel frattempo alcune aziende, tra la primavera e l’estate 2021, hanno attivato la casse integrazione, perché per via dei prezzi alti acquistare le materie prime è diventato tanto oneroso e in alcuni casi si è preferito interrompere addirittura la produzione. Si pensi al caso del settore automotive: è un’industria che utilizza intensivamente materie prime come metalli e ferro, però ovviamente non è possibile far aumentare del 93% il costo di produzione delle autovetture. L’industria automobilistica quindi ha preferito, una volta esaurite le scorte disponibili, non acquistare più le materie prime ma rallentare o addirittura interrompere la produzione in attesa che questa situazione di mercato e prezzi elevati vadano a stabilizzarsi. Probabilmente i valori di un anno fa non verranno raggiunti mai più, però il problema è che questo trend è in continua crescita, poichè, mese su mese, oramai da marzo 2021, i prezzi di tali metalli stanno continuamente crescendo. Sicuramente prima o poi verrà raggiunto un nuovo equilibrio dei prezzi. 

Questa situazione comporta, sul mondo del riciclo, una crisi da parte degli impianti di trattamento, che fanno fatica a vendere i metalli in uscita per via dei loro prezzi così oscillanti e in continua crescita a causa della grande instabilità. Inoltre, proprio per questo blocco di produzione di alcune aziende la domanda si è ridotta, e quindi in realtà gli impianti fanno maggior fatica a vendere il ferro che hanno riciclato dalle apparecchiature elettroniche; questo ha portato a un altro fenomeno quasi inatteso: addirittura l’indice nel mese di agosto non è riuscito a rilevare il prezzo del ferro. Questo perché il prezzo viene determinato su quelle che sono le vendite delle principali acciaierie italiane, e nel momento in cui queste non vendono, l’indice non può essere determinato. Quali sono dunque i motivi per cui l’indice non è stato rilevato? Bisogna partire dal presupposto che, nel periodo estivo, le vendite normalmente si riducono, per arrivare al minimo proprio nel mese di agosto; in più, per quanto detto prima, alcune acciaierie italiane non hanno lavorato, quindi non hanno comprato rottame e non hanno generato acciaio nuovo, e il mercato si è letteralmente bloccato. 

L’acquisto di questa tipologia di materie ha importanti aspetti finanziari e economici, perché di fatto abbiamo notato che tutto nasce dalla crescita economica di paesi come la Cina come potenze economiche. Abbiamo ascoltato alcuni esperti i quali sostengono che in qualche modo, probabilmente nel prossimo autunno, il prezzo di questi metalli dovrebbe stabilizzarsi, ma di certo non sarà in grado di tornare al valore assoluto di un anno fa: probabilmente ci sarà comunque una stabilizzazione sia della domanda, sia dell’offerta sia, a quel punto, del prezzo. Tutto è nato da questo ampio squilibrio tra domanda e offerta, a cui si è aggiunto la stagnazione associata al fattore Covid.  

A volte, anche nel business quotidiano, mi chiedono “ma come sarà l’indice del ferro tra due mesi? Questa informazioni è necessaria perché vogliamo predisporre il budget dei prossimi due mesi”, però vi sono così tanti fattori che concorrono alla creazione di questo prezzo che rispondere con precisione è praticamente impossibile. Non si possono fare previsioni: già è difficile indovinare le quantità e i volumi di rifiuti che si andranno a gestire; adesso, ad esempio, c’è una crescita esponenziale nella raccolta dei televisori a causa del bonus previsto per lo switch off al digitale. La raccolta dei rifiuti è quindi intimamente legata alle dinamiche del settore consumer, soprattutto quella dei rifiuti elettronici, che dipende dalle promozioni che vengono offerte dal canale retail e dalla GDO, oppure da fenomeni come questi, legati a uno switch della tecnologia per cui improvvisamente tutti gli italiani procedono alla sostituzione della propria TV con un nuovo prodotto.  

Ripeto quindi che non bisogna tenere in considerazione solo gli aspetti ambientali legati al fatto di avere degli impianti che possano comunque ricevere o meno i rifiuti in entrata o i materiali in uscita, ma anche a quale prezzo tali rifiuti, una volta opportunamente trattati, possono essere immessi sul mercato delle materie prime seconde. Può succedere che non ci sia la domanda, l’acciaieria quindi riduca la propria produzione e quindi l’impianto di trattamento si ritrovi con alti stoccaggi. 

Su scala internazionale, i metalli vengono generalmente riciclati in Italia: non è una tipologia di rifiuto con destinazione impianti esteri, finisce normalmente tutto presso acciaierie italiane, perché abbiamo il tessuto industriale metallurgico, e quindi non c’è bisogno di trasportare altrove questi materiali – i costi di trasporto incidono molto – e quindi il rifiuto metallico viene totalmente assorbito dall’industria domestica. All’estero vanno altre tipologie di frazioni, sulle quali in Italia non siamo abbastanza forti nel riciclo, o per il quale è necessaria un’economia di scala importante per riuscire a costruire un impianto: ad esempio, un impianto che ricicla la plastica deve avere delle economie di scala importanti, perché l’investimento è molto oneroso dal punto di vista tecnologico. Uso nuovamente l’esempio delle apparecchiature elettriche e elettroniche. Al contrario della bottiglia di plastica, i materiali elettrici ed elettronici non sono costituiti da un unico polimero: ve ne sono diversi, e per riciclarli sono necessari investimenti tecnologici importanti associati ad un’economia di scala remunerativa. Qualche impianto in Italia c’è: però molta plastica va ancora all’estero, perché esistono grandi impianti austriaci o tedeschi che hanno bisogno di materiale poichè questi Paesi hanno bisogno di notevoli quantità di materiale per generare un business economicamente sostenibile. 

L’opinione di Luigi Cardinetti

L’ondata speculativa che ha investito i prezzi delle materie prime non ha lasciato indenne il settore delle materie plastiche vergini, che nel corso del 2021 hanno registrato rialzi impetuosi, prossimi anche al 100% per alcune specifiche tipologie di plastica. Ciò ha indotto molti utilizzatori di materie plastiche, che già utilizzavano materiale plastico rigenerato, ad incrementarne sensibilmente le quantità consumate, spingendo al rialzo anche i prezzi dei materiali rigenerati, anche se con minore intensità. Ad esempio, negli ultimi 12 mesi il PE HD rigenerato ha registrato incrementi nei prezzi di circa il 30%, il PET rigenerato di circa il 65%, il PP rigenerato di quasi il 25%.

A questo si sommano nuovi potenziali utilizzatori, che almeno tecnicamente potrebbero utilizzare materiale rigenerato, invogliati a testare la possibilità di un loro impiego nei propri processi produttivi. Tutto questo in un momento in cui le incertezze legate alle modalità di imposizione di “Plastic Tax” – a livello europeo e nazionale – già stavano alimentando la domanda di materiali rigenerati, quantomeno provenienti da processi certificati e da filiere ove la tracciabilità sia garantita. 

E’ verosimile che una simile congiuntura per i materiali plastici rigenerati, che presumibilmente dovrebbe perdurare anche dopo che l’ondata speculativa dei prezzi delle materie prime, favorisca le imprese operanti nel settore del recupero e riciclo di tali materiali alla realizzazione di nuovi investimenti finalizzati non solo all’incremento della capacità produttiva, ma anche all’innovazione dei processi di recupero e riciclo, oltre ad una maggiore cooperazione tra le stesse e gli utilizzatori di tali materie in sforzi congiunti per la progettazione di prodotti sempre più sostenibili ed a minore impatto ambientale, rafforzando la cultura della circular economy: come sempre ogni “crisi” presenta opportunità di cambiamento.

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