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Il PNRR sarà fondamentale per i settori di cui ci occupiamo, come testimonia la strategia di cambiamento del settore energetico approntata dal Governo italiano.

L’Unione Europea ha avviato lo strumento Next Generation EU, che ha al proprio interno il programma Recovery and Resilience Facility (chiamato anche Recovery Fund), con l’obiettivo di favorire la ripresa economica; esistono inoltre altri programmi, come il React EU, finalizzati al superamento della crisi economica dovuta all’emergenza sanitaria. Per l’Italia sono stati stanziati 191,5 miliardi di euro per il Recovery Fund, e 13 miliardi di euro per React EU; il governo Italiano ha inoltre immaginato ulteriori 30,6 miliardi, il cosiddetto Fondo Complementare: risorse nazionali a supporto del PNRR. Una quota delle risorse fornite dall’Europa è a fondo perduto, mentre un’altra consistente parte proviene da prestiti. Uno dei temi più critici riguardo il PNRR è che l’orizzonte temporale entro cui le risorse fornite dovranno essere spese dall’Italia è di 6 anni: un arco di tempo estremamente breve, che mette a dura prova la capacità del sistema Paese di pianificare e realizzare gli investimenti; basti pensare che generalmente, per realizzare un investimento infrastrutturale del valore superiore superiore ai 20 milioni di euro, le tempistiche vanno dai 10 ai 12 anni: è una sfida epocale per l’Italia. Il fatto che ci siano solo 6 anni per spendere le risorse a disposizione ha stravolto la vision nella selezione degli investimenti da inserire nel PNRR: visto il tempo di realizzazione molto breve, il Governo ha preferito recuperare una serie di investimenti o di programmi di spesa che, per quanto innovativi, erano già stati studiati o articolati invece di lavorare su nuove possibilità, rinunciando di fatto allo sforzo immaginativo di come l’Italia dovrà essere negli anni a venire.

Come richiesto dalla Commissione Europea, tutti i piani dei Paesi che hanno richiesto i fondi si devono strutturare principalmente su investimenti e riforme: con investimenti si intendono sia quelli di tipo infrastrutturale, come tratti ferroviari ad alta velocità o impianti per il riciclo, sia politiche incentivanti come il super bonus 110%; quando si parla di riforme si fa invece riferimento a modifiche o novità normative importanti sia settoriali, sia trasversali. 

Il PNRR ha disposto quindi circa 235 miliardi di euro, 205 dall’Europa e 30 dall’Italia, il cui utilizzo è articolato in 6 programmi di spesa, detti anche mission:

  • Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo con 40,30 miliardi da PNRR, 0,8 miliardi da React EU e 8,7 da Fondo Complementare;
  • Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica, con 59,5 miliardi da PNRR,1,3 miliardi da React EU e 9,2 da Fondo Complementare;
  • Infrastrutture per una Mobilità Sostenibile, con 25 miliardi da PNRR e 6 miliardi da Fondo Complementare;
  • Istruzione e Ricerca, con 31 miliardi fa PNRR 1,9 miliardi da React EU e 1 da Fondo Complementare;
  • Inclusione e Coesione, con 20 miliardi da PNRR, 7,3 miliardi da PNRR e 2,7 miliardi da Fondo Complementare;
  • Salute, con 16 miliardi da PNRR, 1,7 miliardi da React EU e 2,9 miliardi da Fondo Complementare.

Ogni mission è a sua volta suddivisa in diverse componenti, all’interno delle quali sono presenti investimenti e riforme: la distribuzione dei fondi è cambiata nel tempo. Per quanto riguarda la circolarità, il grosso dei lavori rientra nella mission sulla transizione ecologica, che contiene gran parte delle politiche verdi. Bisogna tenere a mente anche come il denaro viene distribuito: i progetti hanno precise milestones, e quando i Paesi hanno presentato i propri piani di investimento, hanno dovuto esporre anche la timeline di impiego delle risorse. Al raggiungimento delle prefissate milestones, ogni Paese deve mostrare all’UE che quella parte di fondi è stata impiegata correttamente: a questo pungo vengono erogati altri soldi. È dunque ben prefissato il piano che l’Italia vuole attuare, così come il percorso che ha deciso di intraprendere.

AGICI è una società di ricerca e consulenza nei settori energetici e ambientali, e la cui attività si articola in 7 units: Utilities (mondo della fornitura di energia e servizi ambientali), Infrastrutture, Efficienza energetica, Rinnovabili, Idrico, Economia circolare e Politiche europee; è proprio il settore delle Politiche europee che si sta occupando, assieme a una quindicina di aziende, di analizzare in modo approfondito il PNRR. L’iniziativa ha un focus sulla componente energetica e ambientale, e considera tutti quegli investimenti e quelle risorse che afferiscono a questi settori: la parti relative a salute, inclusione e istruzione sono state escluse in quanto non direttamente coinvolte nella trasformazione energetica del Paese. Per capire quanto il PNRR potesse essere utile ai settori di cui ci occupiamo, ci siamo basati su quella che il governo italiano ha stabilito come sua strategia di cambiamento del settore energetico: il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, oltre ad alcuni altri documenti di programmazione. Partendo da qui abbiamo cercato di capire quale potesse essere il punto di contatto tra il PNRR e l’impegno che il governo italiano ha preso verso questi settori; è interessante vedere che le due misure più consistenti dal punto di vista economico sono il Super-bonus 110 % e Transizione 4.0; mentre il primo è rivolto alla transizione ecologica e all’efficienza energetica, il secondo, che nel piano fa riferimento alla digitalizzazione, prevede misure di sussidio per le aziende che compiono la trasformazione digitale ma riguarda indirettamente anche l’efficienza energetica: ci sono poi una serie di misure che riguardano l’economia circolare e la filiera agricola, altre che riguardano le energie rinnovabili e l’idrogeno e altre ancora che si occupano di efficienza energetica e la protezione delle risorse naturali e idriche. L’altra missione che maggiormente è legata alla transizione energetica è quella sulle infrastrutture per la mobilità: potenziare il trasporto e la logistica avrebbe un impatto fortemente positivo sulla decarbonizzazione; in questo caso è presente una componente che riguarda gli investimenti ferroviari e una che si occupa di porti e logistica.

Analizzando le misure del PNRR che riguardano l’economia circolare è possibile trovarne una che riguarda in maniera più specifica la promozione e il miglioramento della gestione dei rifiuti e la transizione verso un’economia circolare; sono stati stanziati 2,1 miliardi di euro, e sono presenti tre riforme cardine che riguardano rispettivamente il disegno di una nuova strategia nazionale per l’economia circolare, basata soprattutto sulla tracciabilità dei rifiuti, sugli incentivi fiscali al riciclo e sull’utilizzo di materie prime seconde, e la revisione del sistema di tassazione ambientale. È presente inoltre una riforma che riguarda il programma nazionale della gestione dei rifiuti relativa agli impianti necessari: in Italia esiste un enorme divario per cui è presente una certa quantità di rifiuti, ma insufficienti impianti necessari per il loro trattamento; questa riforma è improntata al superamento di questo gap. Dal punto di vista degli investimenti la volontà è quella di realizzare nuovi impianti e ammodernare quelli esistenti; da questo va esclusa la termovalorizzazione e i trattamenti meccanici, perché il PNRR segue il DNHS principle, il Do Not Harm Significantly Principle, secondo cui i progetti finanziati non devono danneggiare in maniera significativa l’ambiente. Esiste poi una seconda linea progettuale che si occupa di progetti che in qualche modo sono innovativi e dovrebbero trainare lo sviluppo di nuovi impianti: tali impianti sono funzionali al riciclo di RAEE– rifiuti elettronici – ma anche di rifiuti derivanti dalla transizione ecologica, come pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Il PNRR affronta anche il tema del trattamento della plastica: è interessante il discorso sul trattamento dei rifiuti marini, soprattutto in un paese come l’Italia, fortemente legato al mare. Il Piano parla poi di progetti di simbiosi industriale, in cui si analizza quali industrie necessitano di materiali plastici e quali industrie li producono come rifiuto con l’obiettivo di farle lavorare insieme. 

Grazie al PNRR è stato fatto uno sforzo enorme di coordinamento delle varie risorse provenienti da fonti diverse, e il fatto che i fondi europei e quelli nazionali siano stati stanziati in modo sinergico dimostra una buona intesa tra Italia e UE; a livello europeo il PNRR è stato recepito in maniera molto positiva, anche se nella fase di redazione sono giunte critiche puntuali: Nel tempo le cose si sono assestate, anche se i limiti del Piano sono significativi: come già detto, la mancanza di una visione complessiva sia dietro al piano nella sua totalità, sia dietro ogni singola mission, è limitante; inoltre, la mancanza di profondità degli investimenti settoriali e delle riforme è un’ulteriore criticità. A livello italiano bisogna essere fiduciosi: conosciamo gli errori, e questa è un’occasione per superarli. Le riforme che sono state pensate per riuscire a realizzare efficacemente gli investimenti ci sono, e l’Italia deve essere pronta ad affrontare la sfida, soprattutto considerando che a livello europeo è il maggiore beneficiario di Next Generation EU. Il sistema che è stato costruito è abbastanza solido, sia in termini di attuazione, sia in termini di monitoraggio e coordinamento; il governo ha fatto uno sforzo di “costruzione organizzativa” per implementare il piano, creando una governance fortemente accentrata ed eliminando le numerose sovrastrutture burocratiche che avrebbero rallentato le cose. Ora non resta che aspettare, e avere fiducia che l’Italia riuscirà ad affrontare questa sfida nel migliore dei modi.

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