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intervista a Monica Meloncelli, referente Ambiente ed Economia Circolare di Confindustria Bergamo,che da anni si occupa di gestire il percorso delle aziende verso l’economia circolare.

La disciplina END OF WASTE (cessazione della qualifica di rifiuto) regola tutte le attività in cui i rifiuti vengono trattati e trasformati in nuovi materiali pronti per essere immessi sul mercato ed essere utilizzati nei cicli produttivi in sostituzione delle materie prime vergini.

Queste attività di trasformazione di rifiuti in materie di riciclo (quindi non più rifiuti) sono obbligate ad avere particolari autorizzazioni ambientali rilasciate dalle Regioni o dalle Province che dettagliano tutte le opportune misure per l’accettazione dei rifiuti in ingresso, la loro lavorazione/trasformazione e le caratteristiche dei materiali finali: si tratta di attività perfettamente in linea con i principi dell’Economia Circolare.

Tuttavia, il 28 febbraio 2018, con la sentenza del consiglio di Stato CS n. 1229, il rilascio delle autorizzazioni ambientali per l’EoW ha subito un brusco arresto. Ancora oggi la situazione è molto critica.

Monica Meloncelli è la referente Ambiente ed Economia Circolare presso Confindustria Bergamo, e da anni si occupa di gestire il fondamentale o percorso che le aziende devono fare per raggiungere degli standard di economia circolare. Ha seguito da vicino la questione sull’End of Waste, e ancora oggi sta lottando per facilitare il processo di riuso e riciclo dei materiali.

In che modo la sentenza del consiglio di Stato rallenta la disciplina della cessazione di qualifica del rifiuto?

La sentenza del consiglio di stato del febbraio 2018 ha rallentato la disciplina della cessazione della qualifica del rifiuto, nota come End of waste , perché è andata a bloccare la possibilità per le autorità competenti quali le Regioni e, come in Lombardia, le Province, di andare ad autorizzare i singoli casi su singole attività, lasciando solo la possibilità di dare le autorizzazioni a procedere, e quindi ad effettuare la trasformazione del rifiuto, alle attività che erano inserite nelle procedure standardizzate che erano state definite o a livello comunitario o da decreti statali. Questo, in realtà, non è stato un elemento di certezza e di tutela dell’ambiente perché è andato a bloccare la componente più innovativa della filiera di riciclo; il meccanismo e le tecnologie in materia di trasformazione dei rifiuti stanno vivendo un periodo di grande innovazione: possiamo fare delle cose oggi che 10 anni fa erano impensabili. Ovviamente quella che c’è nel mercato e nella tecnologia è un’innovazione che la norma, sia europea sia nazionale, fatica a seguire; chi si è trovato bloccato dunque è proprio l’operatore che magari aveva deciso di investire in tecnologie innovative e contava su un’autorizzazione specifica della sua realtà che le autorità competenti non hanno deciso di non dare, ma non erano più abilitate a dare: questo è stato il tema molto complicato della sentenza.

Nel corso degli ultimi tre anni ci sono stati, da parte del governo, tentativi di agevolare le aziende del settore?

Successivamente alla sentenza le reazioni del mondo produttivo e anche di alcuni enti, la regione Lombardia in prima linea, non si sono fatte attendere: ci sono quindi state diverse azioni e numerose richieste rivolte al legislatore centrale per una positiva soluzione della questione; il governo è entrato nel merito e ha svolto alcune azioni, modificando in alcune parti la normativa di riferimento. A questo punto è sorto il problema che le tutte modifiche erano state impostate nell’ottica di risolvere la situazione, senza riuscire di fatto a dare una svolta allo stallo, perché ancora una volta questi meccanismi più nuovi e tecnologicamente avanzati sono rimasti vittima non tanto di un divieto autorizzativo, ma di un iter molto tortuoso. Ciò ha portato molti a riflettere, giungendo alla conclusione di non percorrere questo sentiero.

In che modo Confindustria si è mobilitata in seguito alla sentenza?

Dopo la sentenza, gli appelli che arrivavano da più parti e non solo dagli operatori interessati, non sono stati raccolti immediatamente: c’è voluto un po’ di tempo, ci sono stati tanti confronti, ci sono state alcune azioni; una di queste è stata quella di organizzarsi per fare una rappresentanza sufficientemente ampia di tutti i soggetti interessati: le regioni industrialmente più avanzate come  Lombardia, Veneto, Liguria e altre, Confindustria intesa come sistema Confindustria e tante associazioni del settore economico italiano, anche gli artigiani e altre organizzazioni. Abbiamo cercato di discutere a Roma, era il caldissimo luglio del 2019, e i danni di questa posizione di stallo erano già evidenti. Prima di tutto bisogna sapere che i danni sono stati evidenti per tutti, non solo per gli operatori interessati perché il problema è che, bloccando la loro attività, i rifiuti non possono essere gestiti e trasformati in materie riciclate che potevano essere impiegate in altri cicli produttivi, e sono dovuti andare sugli impianti più tradizionali di smaltimento o di recupero tradizionale. Ciò ha portato alla saturazione della capacità impiantistica, impennando i costi per tutti: anche un’azienda della filiera alimentare, ad esempio, che è molto lontana dall’operatore specifico che si occupa di un trattamento rifiuti, ne ha risentito, perché il sistema economico ha dovuto far fronte all’ impennata dei costi, non per una criticità reale, ma per una situazione estremamente ingarbugliata dal punto di vista giuridico e dal punto di vista normativo. A Roma si è discusso con il Ministero dell’ambiente, con il legislatore centrale e con i parlamentari chiamati a modificare la norma; è chiaro che sia una situazione molto complicata, e non vorrei che passasse il principio che ci sia un’inerzia generale solo perché in 3 anni le cose sono sì migliorate, ma non come tutti si aspettavano. Bisogna tenere in considerazione una serie di problematiche: innanzitutto il tortuoso meccanismo dell’iter è un disincentivo all’innovazione verso la sostenibilità, perché un operatore è invogliato verso un percorso tradizionale così da avere subito un’autorizzazione riconosciuta dalla normativa, senza avventurarsi su strade più nuove. È però necessario innovare questo campo, perché altrimenti la questione dei rifiuti non verrà risolta: come non l’abbiamo risolta 10 anni fa, se rimaniamo sulle tecnologie di 10 anni fa non la risolviamo neanche oggi quindi bisogna andare avanti e gli iter devono essere completamente riprogettati per essere più lineari. Bisogna anche tenere in considerazione che nel campo produttivo il ritmo delle innovazioni è molto incalzante; si è quindi sempre alla ricerca delle necessarie competenze altamente specializzate. La Pubblica Amministrazione non è incompetente, non voglio che passi questo principio, ma il ritmo di aggiornamento ed innovazione delle sue competenze non gira alla stessa velocità di quello del mondo produttivo, con un conseguente sbilanciamento tra i due fattori. È necessario pensare, come sistema-paese, che nella Pubblica Amministrazione bisogna avere delle persone di grande esperienza e di grande competenza; queste figure chiave hanno bisogno anche di più aggiornamenti e di più collaboratori focalizzati su nuovi fronti. 

Il mondo industriale avrà senza dubbio risentito di questa situazione: il suo rallentamento rischia di avere un impatto negativo sull’ambiente?

Il sistema industriale è stato fortemente rallentato dalla situazione di stallo sulla disciplina End of waste. Quando parlo di sistema industriale sto parlando dell’intero sistema, e non solo degli operatori specializzati sulla end of waste, proprio perché la competitività del nostro manifatturiero ha dovuto fare i conti con degli innalzamenti dei costi ingiustificati e con un meccanismo di saturazione degli impianti di trattamento rifiuti; paradossalmente tali impianti di trattamento sono saturati da materiali che si potevano gestire come non rifiuti: abbiamo davvero sprecato le potenzialità che il sistema stava esprimendo e questo ha un peso sulla competitività, perché in altri paesi queste situazioni non avvengono, c’è una migliore razionalità di approccio e quindi non ci sono queste impennate di prezzo e questi flussi che devono essere ricollocati in altri modi, spesso  inadeguati. Oltre a un rallentamento del sistema industriale non c’è dubbio che questa situazione abbia comportato costi ambientali: ancora oggi siamo in una situazione che deve per forza trovare un meccanismo di soluzione soddisfacente; noi stiamo parlando di non poter utilizzare la capacità di trasformazione della filiera che trasforma i rifiuti in risorse, perché li trasforma in materie prime non vergini, chiamate anche materie prime seconde, che sono pronte per essere utilizzate in altri cicli produttivi. Questo ha due effetti potentissimi sull’ambiente: se la filiera funzionasse bene e non avesse il problema di stallo noi non avremmo il problema di una collocazione di rifiuti sugli impianti. Inoltre, saremmo riusciti sicuramente a tutelare il pianeta dal depauperamento delle risorse naturali; se questa filiera va in stallo è impossibile portare a termine questi due obiettivi che sono inoltre due obiettivi fondamentali dell’economia circolare.

Il Green new deal del Governo Conte ha stanziato 33 miliardi di euro da investire nell’ambito della sostenibilità: tale decreto è rivolto anche alle aziende che si impegnano nella rigenerazione e preparazione al riutilizzo del rifiuto?

Il piano nazionale di ripresa e resilienza, questa l’attuale nomea di un piano che nel corso degli anni  ha cambiato tanti nomi (siamo partiti da Recovery plan e adesso parliamo di PNRR, Piano Nazionale Ripresa e Resilienza), ha stanziato inizialmente 33 miliardi per un ventaglio di azioni in materia di sostenibilità; all’interno di questo piano e all’interno di questi finanziamenti una parte fondamentale è sicuramente rappresentata da quelle azioni che devono portare il nostro sistema economico ad operare la transizione da un’economia lineare ad un’economia circolare e certamente tutte le attività di preparazione al riutilizzo fanno parte di questo quadro. Il piano nazionale riprende le politiche comunitarie, ma essenzialmente funziona su due driver di sostenibilità: il primo è sulla transizione energetica, perché dobbiamo arrivare alla neutralità climatica come strategia europea; l’altro è centrato sulla transizione verso l’economia circolare: ci saranno sicuramente azioni focalizzate su tutta la filiera della trasformazione da rifiuto in risorsa e tutta la parte di preparazione al riutilizzo verrà inserita in questo ambito. Quello che io mi aspetto di vedere è la traduzione pragmatica dalle parole ai fatti concreti, perché è questo il tema che ci appassionerà nell’immediato futuro: adesso le parole ci sono e secondo me sono state messe nell’ordine giusto, l’attenzione alla riconversione sostenibile di tutti, non solo delle aziende, del turismo, del comportamento dei cittadini è centrale.

Uno dei grandi problemi che l’Italia si trova ad affrontare, così come tutto il mondo, è quello delle plastiche: come la filiera italiana sta affrontando il tema del recupero delle plastiche in una logica circolare?

Uno dei temi di grande attualità oggi è rappresentato da tutto quello che gira attorno al mondo plastica e di come il riciclo di plastica possa favorire il raggiungimento degli obiettivi di economia circolare. Su questo tema, sicuramente complesso, devo dire che la cosa fondamentale è che occorre cambiare approccio, che deve essere più razionale: ci sono alcune cose che sono state fatte, c’è una strada che bisogna continuare a percorrere e le aziende sono consapevoli che il percorso della sostenibilità deve continuare e che non sarà non è una strada in discesa, è una strada a tappe e in salita. Le aziende sono anche consapevoli della necessità di proseguire su questo percorso osservandolo da questo punto di vista, non si può semplicemente dire che non è stato fatto niente o che quello che è stato fatto non è sufficiente. Una delle cose che tanti italiani non sanno è che ad esempio, nel panorama europeo, l’Italia è ai primi posti per quanto riguarda il riciclo della plastica che arriva dagli imballaggi grazie al sistema dei consorzi Corepla inserito nel sistema Conai, (i consorzi obbligatori per gli imballaggi che abbiamo in Italia): questo è effettivamente una realtà che l’Italia ha e che sta consolidando, a differenza di altri paesi che in Europa o non hanno questo sistema o lo hanno declinato in un modo che non ha portato ai risultati sperati. Ci sono dati che stabiliscono che, nel solo anno 2019, in Italia sono state prodotte plastiche riciclate per più di 1 milione di tonnellate e queste plastiche riciclate sono state impiegate in nuovi prodotti. Certamente la strada da percorrere è ancora lunga e ci sarà tempo per utilizzare le innovazioni che in questo campo fanno la differenza, come l’innovazione del riciclo chimico che ci consentirà, tra qualche anno, di poter riciclare anche plastiche che oggi non sono riciclabili.

In che modo Confindustria si impegna nel tutelare, dal punto di vista delle iniziative ecosostenibili, le aziende?

Parlando come Confindustria Bergamo, posso dire che da tempo siamo impegnati nel supportare le aziende associate nel percorso verso uno sviluppo sostenibile: da alcuni anni abbiamo delle azioni mirate e specifiche, come il progetto strategico focalizzato sull’economia circolare che si chiama BGCircular. Facciamo da alcuni anni un bilancio di sostenibilità come associazione, una cosa abbastanza particolare, facciamo molta attività di formazione e approfondimento sui finanziamenti sia a livello europeo, sia nazionale, sia regionale sulle azioni di sostenibilità; ad esempio, l’anno scorso regione Lombardia ha varato un bando regionale sull’economia circolare, e quest’anno ha rifatto il bando. Sapere come incrociare queste informazioni e organizzare con costanza e continuità momenti di approfondimento permette alle aziende di poter avere davanti scenari concreti di questo tema e di poter utilizzare gli strumenti che ci sono. In più da sempre abbiamo un’attività di affiancamento molto specifica delle nostre aziende associate negli iter delle autorizzazioni ambientali perché le attività produttive operano quasi tutte, salvo casi molto piccoli e molto particolari, con delle autorizzazioni ambientali obbligatorie che sono bene o male delle autorizzazioni in esercizio; se non c’è un’autorizzazione ambientale, l’azienda non può essere messa in esercizio, questo anche sulla filiera del riciclo: questo è un percorso di sostenibilità nel quale il nostro affiancamento è di natura tecnico-amministrativa, oltre che nell’interlocuzione con gli enti.

In cosa consiste il progetto BG Circular?

BG Circular è un progetto del piano strategico di Confindustria Bergamo focalizzato sull’economia circolare; ogni anno nell’ambito del progetto si sviluppano un nutrito ventaglio di azioni ma in sostanza BG Circular si propone due obiettivi fondamentali: il primo è quello di affiancare, supportare, sostenere le aziende associate nel loro percorso di trasformazione da un’economia lineare a un’economia circolare, specialmente per le PMI, le aziende tendenzialmente meno strutturate che sono, tra l’altro, compagine che ci caratterizza come associazione; questo perché nonostante a Bergamo siano  presenti aziende molto importanti e grandi, il nostro tessuto associativo è caratterizzato da tante aziende attive, virtuose ed effervescenti che però sono medio-piccole. L’altro obiettivo del progetto BG Circular è quello di trasferire ed aumentare le competenze in materia di economia circolare sia in contesti interni al mondo produttivo, sia in contesti esterni al mondo produttivo, perché l’economia circolare è un tema che non deve essere solo delle aziende, è un tema che riguarda tutti. È quindi importante che anche i cittadini, che sono i nostri stakeholder – in ogni azienda l’esterno è rappresentato da una parte del nostro territorio – devono aumentare la loro competenza su questo tema, per poter affrontare in modo critico le valutazioni di tutte le questioni che si troveranno davanti. L’aumento di conoscenza sviluppa il confronto e affievolisce il conflitto, presente invece quando le competenze non sono distribuite tutte nello stesso modo: il confronto però non è l’accettazione pacifica di tutto, è anche il confronto dialettico. Se aumentiamo la consapevolezza e la padronanza del tema ci spostiamo verso il confronto e abbandoniamo le situazioni di conflitto.

In che modo la disciplina di cessazione della qualifica del rifiuto favorisce l’economia circolare?

La disciplina end of waste, è l’insieme di tutte quelle regole che riguardano la trasformazione di un rifiuto in risorsa, cioè la trasformazione di un rifiuto che non vuole più nessuno, perché più nessuno sa come usarlo, in una materia prima seconda; seconda perché non è vergine, proviene dal riciclo di un rifiuto, che è un materiale come qualsiasi altro con gli stessi standard di un altro materiale presente sul mercato che può essere validamente impiegato in un successivo ciclo tecnologico. Questo è uno dei principi cardine dell’economia circolare: trasformare il rifiuto in risorsa, evitare di sprecare le potenzialità che il rifiuto ancora contiene e trasformarlo in modo che queste sue potenzialità possano diventare interessanti per un nuovo ciclo tecnologico è proprio uno dei paradigmi dell’economia circolare. L’altro paradigma dell’economia circolare è quello di essere attenti all’efficienza nell’uso delle risorse per evitare di impoverire il pianeta dai suoi elementi fondamentali. C’è un motivo preciso per cui questo è uno de tempi più sentiti oggi, mentre un secolo fa non era nelle priorità delle strategie umane. Un secolo fa eravamo molti di meno, mentre tra 30/50 anni avremo popolazione ad altissima densità e il pianeta fa già fatica a soddisfare i consumi della sua popolazione. 

In che modo la pandemia da Covid-19 ha influenzato l’operazione di recupero e smaltimento dei rifiuti?

La pandemia da Covid-19, che tutti abbiamo vissuto, ha influenzato la filiera del recupero e dello smaltimento dei rifiuti in modo importante. L’intero sistema ha avuto uno shock, noi stessi come persone abbiamo avuto uno shock: tuttavia la filiera del ciclo completo dei rifiuti è stata una filiera resiliente, perché ha reagito ed è riuscita a non interrompere tutte quelle attività di raccolta, di trattamento e poi di recupero o smaltimento dei rifiuti che dovevano continuare. Io credo che durante la pandemia sia diventato chiaro a tutti che il ciclo dei rifiuti  è una filiera di pubblica utilità, non è solo un interesse delle imprese in quanto operatori di quel settore. Essa svolge delle attività che sono nell’interesse di tutti: ricordiamoci che se questi meccanismi fossero stati interrotti, durante la pandemia avremmo avuto una seconda emergenza sanitaria, con rifiuti abbandonati nell’ambiente in modo non corretto; invece questa filiera ha saputo reagire in tempi congrui ed è riuscita ad assorbire l’impennata dei flussi prodotti come rifiuti urbani, gestendo in condizioni di sicurezza anche tutti quei rifiuti che potevano avere una potenziale contaminazione da Covid-19. È stato un lavoro di squadra: per quanto riguarda il territorio della Lombardia, ho visto operatori, enti e associazioni come Confindustria Bergamo focalizzati sulla ricerca di alcune soluzioni tecniche per mantenere il sistema operativo, per non avere colli di bottiglia, per non avere stop and go che avrebbero causato delle situazioni di criticità. 

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